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last release, on Kairos, Vienna: https://www.kairos-music.com/cds/0015049kai

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a list of artists and a release, on Col legno, Vienna: http://www.col-legno.com/en/artists/

a concert, on Venice Biennale, Venice: http://asac.labiennale.org/it/passpres/musica/ava-ricerca.php?scheda=81835&nuova=1&Sidopus=81835&ret=%2Fit%2Fpasspres%2Fmusica%2Fannali.php%3Fm%3D274%26c%3Dl%26a%3D383422

an article, on “Takte” by Bärenreiter, Kassel: http://www.takte-online.de/portrait/detailansicht-portrait/browse/4/artikel/alchimistische-verwandlungen-der-italienische-komponist-osvaldo-coluccino/index.htm?tx_ttnews%5BbackPid%5D=521&cHash=61a4225122580916458d6df152f0d926

a concert, on Milano Musica, Milan: http://www.milanomusica.org/it/sezione-archivio/archivio-festival/compositori/item/1352-osvaldo-coluccino-1963.html

a concert program, on RAI National Symphony Orchestra, Turin: http://www.regione.piemonte.it/notizie/piemonteinforma/archivio/diario/2007/novembre/dwd/prog_conc.pdf

a release, on Another Timbre, Sheffield: http://www.anothertimbre.com/page132.html

an input about poetry, on Modern Art Gallery, Turin: http://www.gamtorino.it/it/eventi-e-mostre/osvaldo-coluccino-e-marco-gastini-presentano-il-libro-appuntamento

Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Coluccino

Wikipedia Italiano: https://it.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Coluccino

Facebook: https: //www.facebook.com/osvaldo.coluccino.7


INFO

osvaldo.coluccino@gmail.com



MUSICA, frammenti critici (italiano)


Versioni tradotte in italiano da inglese, francese, tedesco, spagnolo e ungherese, eccetto per il giapponese




In merito a concerti e varie


[…] compositore di significativo spessore creativo, dotato di una solida personalità compositiva, in qualche modo riconducibile a una poetica di ascendenza noniana […] È l’espressione di una contemporaneità vitale, che mentre consolida atteggiamenti stilistici portanti del secondo ‘900, non si adegua al manierismo, al già detto, ma intraprende canali nuovi di comunicazione musicale, a dimostrazione di una ricca e variegata direzione linguistica della musica d’oggi.
Roberto Favaro, in programma di sala del Festival “L’Officina Musicale”,
Cinisello Balsamo, 18 marzo 2003

Parlare dell’estetica musicale di questo importante artista italiano, irrimediabilmente ci deve rimandare al suo notevole linguaggio poetico; dato che Osvaldo Coluccino prima è stato un grande poeta e poi è diventato anche un compositore di musica nuovo e importante. Conosciamo del poeta il suo interesse per la parola quando scaturisce dal silenzio, come è noto del compositore il suo interesse per il silenzio quando sorge dal suono. Questo suono intimo, vago e taciturno, che l’autore serenamente alchimizza in riflessi di colori, altezze, timbri, parole e silenzio che riposano nel nulla.
Ramón Montes de Oca, in Note al programma del “Festival Cervantino”,
Guanajuato (Messico), ottobre 2004

[…] Come compositore si sottrae a ogni classificazione per cercare e trovare una sua eleganza di stile trasversale al molteplice musicale andato oltre la nuova musica dei due decenni dopo la seconda guerra mondiale. Di qui […] una musica di singolare fascino, coinvolgente […]
Luigi Pestalozza, in libretto illustrativo del Festival “Incontro con le musiche”,
Forlì, aprile 2005

[…] poeta e compositore, sembra richiamarsi al tempo statico di Feldman e dell’ultimo Nono. È una voce che parla con discrezione, con una sottigliezza delicatamente iterativa.
Mario Messinis, Biennale Musica, in “Il Gazzettino”, Venezia,11 ottobre 2007

[…] Il suo catalogo comprende opere in cui una poetica originale appare subito compiutamente definita, senza compromessi. Nelle musiche di Coluccino una via per capire meglio la repentina conquista della matura originalità e dell’estremo rigore potrebbe (e, credo, dovrebbe) valersi della conoscenza di Coluccino poeta. […] Con scrittura calibratissima, essenziale, meditata e definita con precisione in ogni dettaglio (come se da ogni altezza, da ogni intervallo, da ogni scelta timbrica tutto dovesse dipendere) Coluccino definisce oggetti sonori immersi nel silenzio, in uno spazio statico e misterioso in cui il movimento del quotidiano è sospeso. […] in Coluccino il controllo formale è sempre molto rigoroso, e la concisione nasce da un’esigenza di concentrazione essenziale. Ad essa va ricondotta anche la ricerca sul suono all’interno di una dinamica che assai raramente supera il “mezzopiano” (mp), e che serve a suggestioni magiche, ad un effetto di trasmutazione alchemica della rarefatta, prosciugata scrittura. Ne nascono tensioni arcane, sospese in una staticità che non impedisce di evocare percorsi formali imprevedibili e non convenzionali. Ad essi alludono talvolta i titoli poetici. […]
Paolo Petazzi, Trasformazioni alchimistiche. Il compositore italiano Osvaldo Coluccino,
in “Takte”, 2/2008, Edizioni Bärenreiter, Kassel (Germania), 2008

L’impercettibile passaggio ai confini dell’inaudibile […] sorta di “elogio a un’ineffabile presenza”. L’entità che sfugge alle maglie di un’espressione esplicita è lo stesso suono, evocato per tinte tenui e sfumate che sembrano colare dall’esterno, da un oltre che si materializza sulle zone liminari della cornice, dell’ “orlo”. È, come scrive lo stesso compositore, un «guadagnarsi la lateralità», per dare voce, con delicatezza, a «una linea perimetrale circumnavigante», alla «dolcezza di un filo che devia già al suo scaturire, si allarga ai margini per poi ammantare». […] L’atmosfera è (e)statica: nel flusso di un suono comunque continuo – la cui eco vibra oltre le pause – emergono poli di attrazione armonica, unisoni che sembrano marcare i margini della tela sonora, rare increspature ritmiche e ombre microtonali. L’economia è il dato che più colpisce in questa pagina cameristica [Voce d’orlo] in cui ogni altezza (sia essa sfiorata o scandita) ha il suo peso e la sua posizione specifica […]
Angela Ida De Benedictis, Tele sonore e ricami immaginari tra naufragi
e (nuove) strutture, in Suoni dall’Europa, 17° Festival di Milano Musica 2008,
Edizioni del Teatro alla Scala, Milano, ottobre 2008

[…] Ho conosciuto Osvaldo diversi anni fa e dato vita ad una sua prima esecuzione con il Duo Koncreta per flauto e pianoforte attivo in quegli anni; lo avevo invitato a scrivere per me proprio perché, conoscendolo, avevo da subito individuato in lui una forte personalità musicale. Per darvi un’idea del compositore, la musica di Osvaldo riesce a garantire il fluire del suono in un’atmosfera rarefatta ed apparentemente statica, in cui però ogni pausa, ogni silenzio, assume una valenza significante assoluta. Il piacere del collaborare con Osvaldo è stato il verificare che ogni increspatura ritmica, ogni scelta microtonale, ogni altezza aveva un suo peso specifico nella sua creatività, garantendo profondità e specificità al suo lavoro. […]
Rossella Spinosa, Osvaldo Coluccino per Italy&USA,
in “Amadeus Online”, 16 maggio 2011


[…] “Coluccino è un compositore e poeta la cui ricerca radicale fa diventare il suono pianistico estremamente trasparente e rarefatto”, spiega Alberti […]
Alfonso Alberti, intervistato in Talenti d’oggi, in “Classic Voice, maggio 2011

Cinque nomi della musica contemporanea […] sono stati scelti per questo concerto […]. Giacomo Platini, Sylvano Bussotti, Osvaldo Coluccino, Mathias Pintscher, Gérard Pesson, ciascuno in relazione alla sua generazione, sono, oggi, tra i compositori più interessanti; sono musicisti che soprattutto oltralpe hanno saputo trovare un appassionato pubblico e attente istituzioni. […] tutti loro, in qualche modo,  sono accomunati da un linguaggio ricolmo di volontà comunicativa,  di forte sostanza formale,  sempre intrecciata a preziose raffinatezze.  Nella nostra profonda spaccatura fra musica leggera e musica cosiddetta colta, questi musicisti si situano come alfieri di una ricerca e una novità mai fine a se stessa, mai autoreferenziale: per l’antico  e sempre attuale rito di una Presenza che si disvela, di un ignoto che appare, filtrato da da un’attenta coscienza storica modellata da profonde emozioni. […] Se vogliamo avvicinare o approfondire queste musiche, non abbiamo scelta:  ad una ricezione banale e passiva – fondata  solo sul divertimento –  dobbiamo sostituire una ricevzione impegnata e attiva, in un attento lavoro intellettuale. […] Il concerto di oggi ha dunque un doppio merito: quello di proporre musiche importanti, per risvegliare le nostre coscienze, e quello di accompagnare l’esecuzione di ciascun brano con immagini tratte da alcuni capolavori dell’arte contemporanea, secondo questi accostamenti: Coluccino – Burri; Platini – Kiefer; Pesson – Penone; Pintscher – Twombly; Bussotti – sua partitura; per un libero gioco di analogie e rimandi, secondo gli antichi rapporti tra arte e musica […]
Paolo Repetto, L’Infinito attuale. Cinque compositori nel presente,
in libretto del Festival “Antidogma”, Torino 5 giugno 2012

[…] versante della musica d’oggi non soltanto italiana che, rimembrandoci l’Oltre l’avanguardia. Un invito al molteplice di Armando Gentilucci, si muove in avanti in pieno libero andare oltre ogni ordine compositivo anche di nuova musica, così comunicando che la musica vera, cioè fuori dal e dunque contro il conformismo generale ma quindi musicale, si porta dentro l’apertura oltre ogni chiusura, oltre l’ordine oggi fattoci vivere senza possibilità di cambiamento, in quanto concepito e imposto come fine della storia […] un lavoro di particolare fascino, tutto assolutamente suo, dove la musica suona sospesa sopra di noi, come le trasparenti nubi bianche nel cielo azzurro, in movimento senza confini, che ci dicono che nella natura non ci sono tempo e spazio definiti. Ovvero noi, uomini reali che ascoltiamo Osvaldo Coluccino, non siamo imprigionati in una definizione. […]
Luigi Pestalozza, in programma di sala del Festival “Gli Amici di Musica/Realtà”,
Milano, 18 febbraio 2014

L’attribuire un senso specifico agli oggetti e alle relazioni che ci circondano non è un esercizio di allenamento della mente, ma una virtù posseduta da chi, in quegli oggetti e relazioni, riesce a scoprirne l’anima (in una situazione in cui l’anima non sembra poter apparire). Il senso dell’arte è spesso correlato alla capacità di poter vedere qualcosa che gli altri non vedono. Se vi avvicinate a Osvaldo Coluccino (1963) e alla sua musica, vi renderete conto di quanta sensibilità, attenzione e profondità essa trasmetta. […]
La principale associazione che vi propongo per entrare nella sua musica è quella di farvi un ripasso sulle opere del pittore Piero della Francesca e su quelle pianistiche che seguono quel sottile filo conduttore che lega Webern, Messiaen e Feldman: se prendete tutta la produzione per archi di Coluccino (rinvenibile in una raccolta per Neos come String Quartets) e le esplorazioni di Stanze al pianoforte solo (rinvenibili in 12 elucubrazioni su Col Legno con l’esecuzione di Alfonso Alberti), ritroverete come d’incanto alcune delle tematiche sviluppate da quegli artisti. La più grande riflessione che Coluccino ha trasfuso nella musica è stata quella introitata dai dipinti di Della Francesca in Leggenda della Vera Croce, effettuati nella Cappella della basilica di S. Francesco ad Arezzo: di fronte alla visione degli affreschi noterete una struttura globale con tema a più dipinti, con plurime colorazioni e senso della prospettiva (Piero della Francesca era anche un matematico), ma grazie ad un adeguato stare in visione si viene catturati dai volti dei partecipanti che sono in grado di aprire un panorama di riflessioni: seri, solenni, immobili e impassibili, con una posa che non ha la pretesa di creare un effetto mistico, questi attori del dipinto restituiscono all’osservatore un’impensabile volontà di dialogo e comunicazione. Quanto ai pianisti succitati si entra nel novero dei fantastici depositari del tempo, templi della sua cristallizzazione sonora o del suo annullamento, teso all’abbattimento dei confini dei suoi estremi. 
L’opera di Coluccino segue un rigoroso filo logico, solo a lui ascrivibile, che coglie le particolarità oggettive dell’intimo, descrive un luogo consueto della nostra vita dopo adeguata interrogazione delle sue proprietà: la struttura portante della sua musica è continuamente tenue ed evanescente, ma non perde in sostanza; in Attimo il quartetto d’archi copre una gamma sentimentale atonale capace, nelle sue sfumature tra accordi e note, di evocare stati di luce soffusa, una luce che inquadra; in Aion si è rapiti dal mistero, dalla leggera oscurità e dagli archi che simulano in maniera perfetta gli effetti del soffiare; in Talea la tensione complessiva è magnificamente costruita su alcune tecniche non convenzionali e sulla potenza dell’immedesimazione (superbe le esecuzioni del Quartetto d’archi del Teatro la Fenice). I 12 componimenti a lunghezza variabile di Stanze suddividono 12 momenti musicali in cui riconoscere le entità che ci appartengono, oggettivandole con dei suoni liberi che siano in grado, tramite la loro morfologia, di fissare un valore o dare un significato a ciò che ci circonda: in breve un rinnovato ordine di produzione del puzzle del dipinto di Della Francesca, senza sistemazione temporale, seguendo solo quello delle armonia delle immagini. Coluccino, stilisticamente parlando, trasmette comunque differenze rispetto all’arte richiamata: non c’è astio né complessità, né tantomeno ripetizioni; la musica prende corpo nelle sue espansioni. […] Gamete Stele è la conferma che la stessa intimità ricavata nel sussurro o nella calma quasi sconfinata di un pianoforte o di un viola, si può ritrovare nel “chiasso” di un ensemble di almeno 9 elementi.
Ettore Garzia, Suoni della contemporaneità italiana: Osvaldo Coluccino,
in “Percorsi Musicali – Pensieri sulla musica contemporanea”, settembre 2016

[…] La terza sera è ancora radicalità. Area Sismica non dà tregua. E scoppia il “caso Coluccino”. Il cinquantatreenne compositore Osvaldo Coluccino è protagonista del concerto dell’Ex Novo Ensemble. In tre brani del suo ciclo di Emblemi, scritti tra il 2009 e il 2015, due in prima assoluta, agisce con tenui suoni lunghi ai confini del silenzio, suoni appena modulati, ma con una sorta di esitazione, solo per accennare l’oscillazione melodica possibile. Forse sta in un ultramondo, forse intende far circolare in questo mondo l’intelligenza estrema e una inconciliabile discrezione. Gli fanno da gustosissimo contorno lavori di Giacomo Manzoni, Renato Miani, Giacinto Scelsi, Bruno Maderna […]
Mario Gamba, Contemporaneo Italiano, in “Il Manifesto”, 29.11.2016

[...] L’Ensemble Exaudi tesse il tema dell’amore, della separazione e della morte con i madrigali di Monteverdi (“O primavera, gioventù dell’anno", "Cor mio, mentre vi miro") e quelli, più teatrali, di Gesualdo (“Se la mia morte brami", "Deh, come invan sospiro”), un repertorio per cinque voci diretto da James Weeks, che cantano con il colore e la flessibilità vocale che induce questa scrittura raffinata. Allo stesso modo, la delicatezza emerge nei recenti brani dei due compositori italiani presenti questa sera. La tensione espressiva passa attraverso la spoliazione e il ritegno in Scomparsa di Osvaldo Coluccino [...]
Michèle Tosi, Dentro e fuori l’Abbazia di Royaumont,
in "ResMusica – Musica classica e danza", Parigi, 14.9.2018

[...] Il Festival di Royaumont prosegue con un nuovo incontro tra natura e spiritualità, barocco e contemporaneo, grazie al gruppo vocale Exaudi [...] Due pezzi contemporanei di cinquantenni italiani, dati in prima esecuzione francese, s’intercalano ai madrigali dai quali traggono la qualità polifonica (il quintetto diventa un sestetto e viene diretto) [...] Delle belle stasi altrettanto radiose portano una doppia risonanza su Scomparsa di Osvaldo Coluccino, che suona lungo e ampio sotto volte ad arco del refettorio.
Charles Arden, Amori eterni, spazi magici al Festival de Royaumont,
in "Ôlyrix – Tutta l’Opera è là", Nogent-sur-Marne (Francia), 14.9.2018

[...] due madrigali di Monteverdi, “O primavera, gioventu dell’anno” e “Sfogava con le stelle” affermano le qualità dell’Ensemble Exaudi, cesellando le parole e il loro colore con una purezza [...] in un’acuta attenzione alla quantità del silenzio nell’emissione vocale, che si ritrova in Scomparsa (2007) di Osvaldo Coluccino, dopo due pagine di Gesualdo, “Se ia mia morte brami” e “Deh, come invan sospiro”, un teatro intimo attraversato dall’amarezza che qui si sente in modo diverso, fuori dal convenzionale storico, cosa che vale anche per il finale di “Rimanti in pace” di Monteverdi. Sotto la direzione di James Weeks, i cinque cantanti dell’Exaudi celebrano il significato della decantazione espressiva.
Gilles Charlassier, Prima mondiale di Heave di Sivan Eldar. Gli ensemble Exaudi e Meitar eseguono Coluccino,
Cengiz Eren, Elkana, Fedele, Hurel, Lanza, Leroux e Pagliei,
in "Anaclase – la musica di tutti i giorni", Parigi, 26.10.2018

Il Festival di Musica Contemporanea Italiana torna alla casa madre. Ed è giusto così, perché lì è nato e lì si respira quell’ambiente frizzante, alternativo e informale che calza perfettamente con i suoni che vengono programmati con una lungimiranza culturale, tra utopia e visionarietà, che poche realtà musicali italiane possono vantare. Questo è Area Sismica: un avamposto della musica d’oggi nella campagna forlivese. [...] è una conferma anche quella offerta dal pianoforte di Fabrizio Ottaviucci che propone di Osvaldo Coluccino Stanze 3-4-5-10-12 (2004-2011). Un incontro mistico-filosofico che si ripete tra un autore e un esecutore che condividono sensibilità vicine, amore per il silenzio, movimenti minimi, spazi bianchi, suoni stoppati. Anche questa un’esecuzione di notevole apertura mentale, concentrazione, tra sospensioni che lasciano nello spazio un senso dolciastro di incompiutezza.
Paolo, Carradori, Area Sismica, a lezione di contemporanea,
in "Il Gionale della Musica", 28.11.2018

[…] il pianista Ottaviucci ormai favoloso […] questo festival ha dato risposte anche sul versante dei compositori, non tanto per le meraviglie di Luciano Berio, Salvatore Sciarrino […] la cui notorietà è consolidata, quanto per la “scoperta”, che poi è un “riscoperta” proprio nelle cave dell’Area Sismica, di un portento di nome Osvaldo Coluccino. Dove si nasconde un autore di così grande levatura e perché il suo nome non circola dalla mattina alla sera tra i musicofili e sui giornali e tv e ogni altro mezzo di comunicazione?
Cinque delle sue Stanze per pianoforte, un ciclo scritto fra il 2004 e il 2011, sono state eseguite da Ottaviucci, che ha una particolare sintonia con Coluccino (ma ce l’ha con Scelsi, con Cage, con Curran…). Compositore di suoni che desiderano muoversi al confine del silenzio. Di suoni che si intrattengono con l’idea di tenue assoluto ma poi scoprono che l’assoluto non esiste e allora scelgono la fragilità come modo di agire, come modo di essere ben dentro la costruzione di una piattaforma di simboli tra l’autore e il mondo. Passaggi sugli acuti “disincarnati” e ricchi di echi, itinerari di accordi che accarezzano ipotesi armoniche inaudite, una sorta di “ballata requiem” nell’ultima Stanza tutta intessuta su una melodia sorprendentemente cantabile.
Mario Gamba, Rivelazioni e scoperte al Festival di Area Sismica,
in “Il Manifesto”, Roma 4.12.2018




Su Emblema (2009-2015), Kairos, Vienna 2018


Nell’ampio dominio della musica contemporanea, l’originalità di una proposta viene raggiunta solo con un particolare “raggiro” delle condizioni compositive: la scelta di utilizzare alcuni materiali secondo regole che bistrattano gli elementi che compongono la musica (modificazioni o azzeramento dell’armonia, della linea melodica, dei tempi, delle dinamiche, ecc.), proietta il pensiero del compositore, aldilà di qualsivoglia scoperta sui suoni. Questo pensiero, peraltro, è elaborato anche su fattori interdisciplinari con le altre arti: solitamente il compositore è anche un celato poeta, pittore o scrittore, che nella musica riversa il collegamento.
Osvaldo Coluccino (1963) è un esempio lampante di questi principi: il “raggiro” proposto da Coluccino (che è anche un poeta) ha una fantastica via di uscita, perché lavora su un approccio che sviluppa il binomio musica-arte in un modo che solo in pochi sono riusciti a formulare in maniera chiara e compiuta nella musica contemporanea. La sua musica ha un’evidente impronta simbolista che l’ascolto maturo restituisce in toto: è una struttura costruita per fotogrammi, dove gli strumenti appaiono e sfumano, le tinte sono tenui e si viene trasportati in un incredibile mondo sonoro dell’interiore, una suggestione che risponde in immediatezza al nostro animo, per cercare spiegazioni, come essere davanti a un dipinto in cui le figure o gli oggetti sono in grado di muovere senso, di fare affermazioni e di avere una voce, nonostante l’immobilità sia ciò che si presenta fisicamente ai nostri occhi.
Attraverso la musica di Coluccino si coglie un’immagine neurale che, per tipo di scoperta, al tempo stesso può dar brividi o esser accogliente, una vitalità che si addentra nei pensieri più intimi di ciò che ci circonda, che ci fa scattare domande profonde e pertinenti attraverso i suoi attori e, senza complessità manierata né ripetizioni, riesce a essere la materia unica e sufficiente per l’espansione musicale. Mi sento di poter affermare che Coluccino sta compiendo uno dei più degni percorsi di continuazione del simbolismo contemporaneo in Italia: penso alle grandi e inerenti esperienze di Luigi Nono o, più tardi, a quelle di Stefano Gervasoni, autori che lo legarono però ai caratteri fonetici e semantici del linguaggio, imponendo un tipo di drammaturgia divisa tra percezione dei suoni e concetti da esprimere. Con Coluccino si rimane ancor più nel regno del suono puro e del suo potere visivo, il suo linguaggio è deliberatamente emotivo, e, con una dotazione umanistica robusta, non persegue una propulsione positivista, né tanto meno vuole argomentare su concettualità fornite a mo’ di eventi (alla Cage, per intenderci), e malgrado ciò connotata la partitura con precisione scientifica nella formulazione di altezze, intervalli, micro-divisioni ritmiche, designazione di colori timbrici... E il banco di prova più sostanzioso per affermare questa sua profondità, resta la musica da camera [...] Il simbolismo torna come modalità di esplorazione dell’incompreso. Tutto finisce come era iniziato. Ma nel mezzo c’è una esperienza unica.
Ettore Garzia, Osvaldo Coluccino – Emblema, prefazione al CD Emblema, Kairos, Vienna, 2018

L’italiano Osvaldo Coluccino era un poeta di lunga data prima di passare definitivamente alla composizione musicale nel 2003. Ha mantenuto la fondamentale intangibilità del suo linguaggio. Una musica incentrata su momenti essenziali del suono rivela il suo ciclo "Emblema" (2009-15) in vari brani di musica da camera, che proiettano fragili simboli sonori nella stanza, che provengono dal silenzio e ritornano a esso. Solo occasionalmente particelle motivanti si solidificano in questo stato di suono sospeso e introverso. E’ enigmatica questa sensuale e seducente austerità che l’Ex Novo Ensemble lavora qui con ago molto sottile […].
Dirk Wieschollek, Nuova musica di e con: Osvaldo Coluccino,
Isabel Mundry, Caspar Johannes Walter, Iannis Xenakis, Ex Novo Ensemble,
in “NMZ, nuova rivista musicale”, Regensburg (Germania), luglio 2018



Su Stanze (2004-2011), Col legno, Vienna 2012


[…] Una stanza separa un interno da un esterno. Separa il luogo della socialità futile e indifferenziata dal luogo che invece si sente come proprio, e che – solo – è testimone di come siamo quando non siamo per qualcun altro. Di questa separazione, le Stanze di Coluccino accolgono quell’elemento cardine che è il silenzio; quel cessare del rumore di fondo che consente di andare in cerca di eventi sonori fragili o più che fragili. La dimensione interna, privata, non esclude quella del viaggio. […] Di esso, Coluccino non nasconde la cadenza, e non di rado la sua musica prende l’incedere regolare di un passo. Lentissimo, però: più lento della frequenza con cui normalmente si pone un piede avanti all’altro – paragonabile, forse, a una respirazione molto controllata, che talvolta cede all’ipnotico. Una respirazione non omogenea, anche all’interno della stessa Stanza: ciò che in questo luogo accade, modifica il passo e il respiro. […]
Alfonso Alberti, Luoghi da interrogare, introduzione al CD
Osvaldo Coluccino Stanze, Col legno, Vienna, 2012

[…] Un film di Theo Angelopoulos giunge involontariamente a proposito: Il passo sospeso della cicogna... E’ come se l’ascoltatore osservasse una persona in meditazione, senza riuscire a indovinare i suoi pensieri. Il movimento dei suoi occhi, l’aggrottarsi della fronte, i gesti assorti delle mani... Come se cercasse di prendere parte a questo retroterra invisibile, soltanto attraverso i parchi movimenti del pensatore, o – ancora più astratto – attraverso i suoi movimenti di pensiero divenuti visibili. Noi possiamo però accontentarci anche solo di studiare le variazioni della luce sulle bianche pareti gessose, le ombre delle crepe e delle gibbosità divenute visibili nella muratura, oppure il battito d’ali di una falena sul vetro della finestra. Con Coluccino abbiamo a che fare con uno studioso del suono, che non racconta, ma che con i suoni crea gli spazi nei quali noi possiamo gettare sguardi attraverso abbaini e finestre. Il dono di questa musica [Stanze] è quello di portare i propri pensieri nella corrente, senza che essi rischino di finire in corsie preordinate. Senza dubbio questo richiede tempo. Proprio quel tempo che ci vuole per ritrovare nel silenzio l’inizio della storia. […]
Peter Kaiser, Stanze piene di silenzio,
in “LitGes – Letteratura e altro”, St. Polten (Austria), marzo 2012

E così lo specchio si rompe, con un rumore come un canto, e d’ora in poi si vedono e soprattutto si sentono i frammenti cadere a terra al rallentatore. La musica si ferma – e ciononostante va avanti. Le fragili note del pianoforte sembrano affaticarsi a metà percorso, però poi di nuovo si impennano. Come schegge sonore soltanto accennate, come premonizione di una frattura del tempo che è già avvenuta molto tempo fa. Benvenuti nel mondo sonoro di Osvaldo Coluccino. Stanze o “gli aliti segreti degli oggetti” raccoglie 12 brani per pianoforte, che in una certa maniera hanno per tema anche lo spazio dentro il quale risuonano. Da una parte questo ricorda il tardo John Cage o Luigi Nono, dall’altra potrebbe trattarsi della colonna sonora di un film di Antonioni. Dell’Antonioni di Eclisse, ad esempio. Monica Vitti cammina lungo il viale del Ciclismo fino al viale della Tecnica, laddove si leva la torre dell’acqua; sullo sfondo i cantieri con le coperture che svolazzano. La telecamera perde il contatto con la protagonista, intercetta la vita del borgo diventata natura morta, i lampioni sfavillano nel nulla, all’improvviso la città, l’intero pianeta sono come spazzati via. Poiché l’uomo, così risuona durante tutta l’“eclisse”, produce regolarmente anche l’inumano, l’assenza di se stesso. Così finisce anche il film, con un’assenza. E così suonano anche i brani per pianoforte delle Stanze. Come se esse costantemente volessero privare l’ascoltatore, negargli ogni sensazione di calore. Agili e tuttavia malinconiche sino alla frattura.
Curt Cuisine, Osvaldo Coluccino, “Stanze”,
in “Skug – Giornale per la Musica”, Vienna, 1 aprile 2012

“Stanza” non indica solo una forma poetica, ma – nelle sue varie accezioni – anche lo “spazio”. Il ciclo in dodici parti di Osvaldo Coluccino (1963), composto fra il 2004 e il 2011, assume questo campo di riferimento. I dodici brani numerati in modo neutro, costituiti da gesti isolati, toni sparsi e suoni a lungo riverberanti, mirano ad una “sospensione del tempo”. Hanno una durata che varia fra il mezzo minuto e il quarto d’ora, convergendo tuttavia insieme in questa “prima registrazione”, fatta eccezione per il primo brano. Una musica aerea e cristallina che Alfonso Alberti tiene in equilibrio con grande sensibilità, così annullando continuamente quell’impressione che nel booklet viene indicata come “musica per pianoforte andata in frantumi”. Chi ascolta con adeguata concentrazione percepisce come le fratture si fondano di nuovo insieme in linee continue, lasciando fluire il susseguirsi di figure apparentemente frammentarie in uno smagliante continuum.
Daniel Ender, Osvaldo Coluccino, "Stanze",
in “ÖMZ” (Rivista Musicale Austriaca), Vienna, maggio 2012

A breve distanza l’uno dall’altro escono in Italia due Cd di prestigiose case tedesche dedicati a Osvaldo Coluccino (1963): una bellissima occasione per conoscere un compositore che, pur coltivando la musica dagli anni Settanta, ha firmato le sue opere prime negli anni 1999-2001, e che fino al 2003 si è dedicato ad una intensa attività letteraria. […] Il titolo Stanze va inteso nel senso di luogo, il suono pianistico è fragile e immerso nel silenzio: anche qui l’autore può parlare di «delicata, ieratica sospensione atemporale». […]
Paolo Petazzi, Coluccino, “String Quartets” e “Stanze”,
in “Classic Voice”, n. 161, ottobre 2012

Suoni che galleggiano nell’aria come corpuscoli in una progressiva rarefazione che conduce quasi all’anticamera della stanza anecoica. Il linguaggio pianistico di Osvaldo Coluccino si inscrive in quella ormai grande tradizione novecentesca che ha indagato sui limiti estremi dell’annullamento dei parametri agogici e dinamici […] Non indifferente il passaggio verso una quiete interpretativa sempre più evidente nel procedere verso le stanze superiori, quasi che si affacciasse la necessità di muovere progressivamente verso una sempre più sostanziale trasparenza […]
Michele Coralli, Coluccino, “Stanze”, in “Amadeus”, gennaio 2013

[…] Ascoltando il disco
[Stanze]
in successione all’altro [String Quartets] è subito riconoscibile la bella ed elegante calligrafia proveniente dalla stessa mano. […] il disco appare come un percorso in vari luoghi dell’io, e narra con forza (non fisica ma spirituale) di un’interiorità frastornata dai dubbi e dalla curiosità, ma anche da una costante ricerca dell’assoluto.
Entrambi i dischi, affiancati agli altri di cui abbiamo già scritto o che abbiamo solamente citato, vanno a completare la mappa intorno ad un autore estremamente sensibile […]
Etero Genio, poesia… senza parole, in “Sands-zine”, 10 aprile 2013



Su String Quartets (2004-2008), Neos, Monaco 2012


[…] Alla fine del 2010 capitò nelle mie mani, non ricordo come, un CD intitolato Gemina, che conteneva otto composizioni del compositore italiano. Il disco in questione si piazzò al sesto posto nella mia lista dei migliori dischi dell’anno. […] nei primi mesi di quest’anno sono stati pubblicati contemporaneamente tre suoi CD presso tre superbe etichette discografiche: String Quartets (Neos), Stanze (Col Legno) e Atto (Another Timbre). […] Il disco [String Quartets] si apre con Attimo, un quartetto d’archi austero e magnifico, molto feldmaniano e ricco di contrasti, soprattutto nella sua seconda parte. […] tre dischi magnifici, molto diversi fra loro, ma che mostrano l’enorme talento del poeta e compositore italiano, che, ho il sospetto, ci darà molte gioie negli anni a venire.
Javier Santafè, Osvaldo Coluccino (Y II),
in “Forgotten memories”, Barbastro (Spagna), 25 marzo 2012

Se ci si immerge nella lettura del booklet dei Quartetti per Archi del compositore italiano Osvaldo Coluccino, viene confermato ciò che la biografia rivela: Coluccino cominciò a comporre all’età di 16 anni ma, prevalentemente, si occupò e pubblicò per molti anni come poeta. In musica come in poesia Coluccino è un fautore della riduzione, della condensazione e della messa a fuoco. Così egli scrive riguardo Eco immobile: «Inaugura la nostra percezione il paradosso del titolo, un eco che rinnega la propria peculiarità fondante, quella di muoversi ossia prolungarsi, duplicarsi, disperdersi…» Altrove scrive: «“certe” gabbie di calcolo». Ma questa gabbia (potrebbe concludere lo psicoanalista che è in noi) è il calcolo inferiore a quello prevalente qui, cioè l’inflessibile determinazione della forma che plasma parola e musica trattati allo stesso modo come fossero una roccia dalla quale deve scaturire fragile “l’opera”. Un ermetismo monolitico, suoni stupefacenti – frammenti e armonia nel corridoio di una villa abbandonata, perdendosi nel freddo. “Aria di altri pianeti”, nel senso migliore, quasi un’esperienza mistica di ascolto. Invece approcciandosi all’ascolto con atteggiamento sbagliato, l’ascoltatore rimane bloccato fuori dai cancelli di questo suono, non è ammesso, inoltre, non viene avviato. Ignoti mondi difficili vibrano qui… Tuttavia (e questo andrebbe approfondito), su questa musica aleggia silenzioso lo spirito di Luigi Nono.
Curt Cuisine, Osvaldo Coluccino, “String Quartets”,
in “Skug – Giornale per la Musica”, Vienna, 27 luglio 2012

[…] ciò che emerge da tutto questo è il fatto che Coluccino è un compositore molto serio, e questo certamente si riflette in queste opere. Da un punto di vista sonoro, tutte queste opere [in String Quartets] esplorano strade simili, a prescindere da quali “forze” siano state impiegate. La musica di Coluccino è impalpabile, quasi labile, oscillante dentro e fuori l’esistenza come il significato in un testo deleuzeano. E’ anche molto lenta, atta a scorrere in stasi o brevi periodi di silenzio. Vi è poco contrasto o differenziazione anche nelle due parti di Aion. In ogni opera, la musica di Coluccino sembra galleggiare come una nebbia che striscia su una collina, disorientante ma che ancora non spaventa. Gli ammiratori di Luigi Nono dovrebbero goderne, se questa è la parola giusta, ma altri avranno bisogno di lavorare al loro ascolto per estrarre i segreti intellettuali racchiusi nella musica di Coluccino. […]
Byzantion, Osvaldo Coluccino, “String Quartets”,
in “Art Music Reviews” e “MusicWeb International”, Regno Unito, settembre 2012

[…] in ogni pezzo si impone la rigorosa coerenza della poetica di Coluccino […]. I mondi poetici evocati si pongono sotto il segno di una visione densa di interrogativi e sospese suggestioni, di arcane magie, di attese, aliena da percorsi prevedibili. Con scrittura prosciugata, quasi perseguisse l’essenza del suono, Coluccino definisce oggetti sonori immersi nel silenzio, in uno spazio rarefatto, statico e misterioso in cui il movimento del quotidiano è sospeso. Nel CD del Quartetto […] ogni pezzo presenta percorsi diversi, modi diversi di vivere un tempo sospeso, i vuoti e i silenzi, una tensione all’assoluto. […]
Paolo Petazzi, Coluccino, “String Quartets” e “Stanze”,
in “Classic Voice”, n. 161, ottobre 2012

Silenzi che pesano, disegni strumentali assorti in una trama in cui timbri rarefatti e senso sospeso del tempo hanno una colorazione audace ma istantaneamente narrativa.
Angelo Foletto, Osvaldo Coluccino, “String Quartets”,
in “La Repubblica”, 4 novembre 2012

Un metodo per spiegare la nostra percezione sensoriale è attraverso una serie di minute, autonome istanze ricevute dai nostri sensi più rapidamente di quanto essi possano gestirle, e messe insieme dal nostro cervello in un mondo percepito senza soluzione di continuità. Attimo di Osvaldo Coluccino punta a catturare questa filosofia musicalmente nei quartetti d’archi. […] La sua fascinazione per il tempo e la nostra percezione di esso esiste in ogni brano del programma. Le opere [in String Quartets] sono delicate e creano difformi lucentezze di suono; e sono interamente basate su motivi, che svolgono eventi piuttosto che percorsi tematici.
Kraig Lamper, The Newest Music, in “American Record Guide”,
Cincinnati, Ohio (Stati Uniti), gennaio-febbraio 2013

[…] Coluccino [in String Quartets] utilizza i suoni per pennellare alla stregua di un pittore astratto, con la differenza che quanto quest’ultimo distribuisce su una tela, in questi quartetti viene distribuito nel tempo, e con ciò alle variazioni di colore e ai cambi d’intensità, oltre agli intrecci e alle sovrapposizioni di questi colori, si aggiunge anche la durata della loro persistenza. È come una pittura dinamica, quella di Coluccino […] String Quartets è contemporaneamente un disco minimalista e massimalista. Minimalista nelle brevi frazioni di tempo, in quanto non viene mai fatto il pieno sonoro, e i silenzi hanno un loro ruolo essenziale, alla maniera di Cage e quant’altri. Massimalista perché nel loro compiersi, difformemente dai piccoli frammenti, è possibile individuare in questi quartetti una variabilità, per colori, soluzioni e strutture, impressionante, e non v’è mai la tendenza ad un adagiamento sul talamo della ripetitività.
Etero Genio, poesia… senza parole, in “Sands-zine”, 10 aprile 2013

L’italiano Osvaldo Coluccino era in precedenza anche un poeta, oggi compone esclusivamente musica. Ha trovato se stesso. Scrive musica delicata, inconfondibile ma soprattutto tranquilla ed è proprio per questo che con tanta insistenza essa nasce dal Nulla. Frammenti o accenni a un’ex abbondanza sono realizzati in una maniera concisa. In "Attimo", una musica per quartetto d’archi del 2007, sono inconfondibili i riferimenti al classico moderno (Webern, e l’ultimo Nono), tuttavia questa consapevole, parziale e piuttosto narcisistica povertà che si riconosce nel momento cruciale dell’enfasi, è peculiare e inflessibile, sensibile e a suo modo anche molto concreta.
Reinhard Ermen, Oktober, nel libro Monate II
di Nora Schattaurer e Reinhard Ermen, Kettler edizioni, Bönen (Germania), 2015

Il compositore e poeta italiano Osvaldo Coluccino (nato nel 1963), ha scritto due opere per quartetto d’archi. Aoin per quartetto per archi è stato composto nel 2002 ed è in due movimenti. […] Attimo è stato composto nel 2007 ed è in un unico movimento. […] È questo il compositore più all’avanguardia che ho discusso? Non lo so, ma metterei il suo lavoro accanto al Primo Quartetto di Elliot Carter precedentemente discusso (ottobre 2016) e al Quartetto per archi II di Morton Feldman (maggio 2016). L’approccio minimale di Coluccino non ha che fare con la densità di Carter e, sebbene io possa sentirvi brevi frammenti dello stile di Feldman, sono davvero molto diversi. Queste sue opere hanno un senso di astrazione tutto loro. Solo ascoltandole, riveleranno i loro segreti. Ci sono altri due pezzi sul CD, Eco Immobile – per quartetto con pianoforte e Talea – per violino e violoncello. Sono opere belle, introspettive e astratte, nello stile moderno dei quartetti. Il primo di questi due brani è in realtà piuttosto movimentato a volte. Ascoltabilità: molto moderno, ma non chiassoso...
John Hood  Osvaldo Coluccino – Aoin and Attimo for String Quartet,
in “String Quartets – A Most Intimate Medium (A Listener’s Guide to the Genre from 1800)”,
Perth (Australia), 7.10.2017



Su Gemina (2002-2008), Due Punte, Italia 2010


[…] Gemina, un disco rigoroso che ben riflette il carattere del suo autore. La musica è scarna e densa al tempo stesso, ricca di silenzi ma anche di invenzioni e variazioni microtonali, e nasconde sotto il suo aspetto apparentemente “dimesso” una forte attenzione e una forte tensione rivolte alla sperimentazione. Appare soprattutto evidente come la sua arte compositiva non indulga mai in dimostrazioni di bella scrittura per privilegiare sempre e comunque la ricerca di soluzioni personali pregne di una forte caratterizzazione espressionista […]
Etero Genio, in “Sands-zine”, 22 novembre 2012

[…] Coloro che hanno familiarità con i “quartetti per archi” di Coluccino – vedi la recensione – saranno ben preparati a questa collezione di brani da camera. Questi brevi brani per otto diversi tipi di duetti non sono destinati alle orecchie di coloro che richiedono che la loro musica abbia del melodioso, e neppure a coloro che non volessero o non fossero in grado di applicare una notevole concentrazione al loro ascolto. Le opere, tutte risalenti all’ultimo decennio, sono tagliate da stoffa simile: sono concise, eteree, viscose e virtuosistiche. La loro natura meditativa, generalmente frammentata, li rende anche più o meno imperscrutabili. […] questi pezzi non sono del tutto inaccessibili, non certo per chi ha un debole per Webern, che può riconoscere in Coluccino un lontano ma affine cugino. […]
Byzantion, Osvaldo Coluccino, “Gemina”, in “Art Music Reviews”
e “MusicWeb International”, Regno Unito, dicem. 2012



Su Voce d’orlo (2004-2008), RAI Trade, Roma 2009


[…] musicista e scrittore alieno da concessioni semplificatorie, che non offrirebbero peraltro i mezzi necessari a “comunicare” una visione densa di interrogativi e sospese suggestioni, di arcane magie, aliena da percorsi rettilinei, incline alla dissimulazione, a traiettorie laterali, indirette, devianti, alla «duttilità di una linea perimetrale circumnavigante», alla «dolcezza di un filo che devia già al suo scaturire» (come ha scritto il compositore a proposito di Voce d’orlo). In verità l’eleganza e la sottigliezza di Coluccino sono perfettamente in grado di raggiungere l’ascoltatore capace di una complice disponibilità all’ascolto. […] Non per caso Voce d’orlo è anche il titolo dato all’intero CD. Non si deve cercare di spiegare in modo preciso la suggestione di questo titolo, destinata a restare aperta; ma si è già ricordato
a che tipo di percorsi esso alluda. Suggerisce inoltre l’idea di una esperienza liminare, di una tensione al limite. […]
Paolo Petazzi, Introduzione al CD Osvaldo Coluccino Voce d’orlo, RAI Trade, Roma 2009

[…] [Voce d’orlo] una scelta assolutamente unica, forte, di grande poesia […]
Francesca Odilia Bellino, in “All About Jazz – Italia”, 21 giugno 2012

Artista che non pone limiti alla propria creatività, Coluccino ha sempre perseguito un ideale di ricerca che si è espresso in mille rivoli […]. Proprio in questa estrema varietà di temi e di forme risiede probabilmente il senso profondo dell’opera di Coluccino, coerente all’interno della molteplicità. Ecco dunque che un lavoro come Voce d’orlo, assolutamente desueto per la cornice compositiva utilizzata, ossia la formazione cameristica (flauto, clarinetto, violino, violoncello, piano), utilizza la tradizione per enucleare una visione musicale che, si capirà, è propedeutica alla più radicale ricerca elettroacustica operata dall’autore. Le composizioni di Voce d’orlo, pochi palpiti, pennellate zen di suoni acustici, non sono inquadrabili in una sorta di evanescente animismo, ma piuttosto delineano tra le brume un quadro di costante tensione, come se l’orizzonte si animasse lentamente… Un lavoro di notevole spessore, capace di prendere le mosse ed evincersi dalle forme della musica contemporanea così schematizzata. […]
Antonello Cresti, Osvaldo Coluccino, in Solchi sperimentali – Italia, Crac edizioni, 2015



Su Oltreorme (2012), Another Timbre, Scheffield 2012


L’album di debutto di Osvaldo Coluccino su Another Timbre, Atto, è stata una delle più piacevoli sorprese del 2012. Nonostante la storia di Coluccino di compositore per strumenti convenzionali – la pubblicazione immediatamente precedente ad Atto fu String Quartets (NEOS, 2012) – per la composizione di Atto ha scelto di impiegare solo (non specificati) oggetti acustici che ha colpito, strofinato o nei quali ha soffiato. […] Malgrado il suo uso qui [in Oltreorme] di suoni non-strumentali, Coluccino dimostra l’orecchio di un compositore per gli ingredienti che si combinano nel rendere un ascolto drammatico – contrasti di volume, consistenza e durata, periodi di stabilità o di ripetizione sono compensati da elementi occasionali di sorpresa (ma non un grande shock). Complessivamente, Oltreorme è un successo come Atto, e le due opere insieme formano una coppia ben assortita. Non ci può essere più alta raccomandazione di quella.
John Eyles, Osvaldo Coluccino: Oltreorme (2013),
in “All About Jazz”, Londra, 19 aprile 2013

E poi si arriva a registrazioni come questa che sembrano così belle senza sforzo… Soli, tutti “oggetti acustici”, suonati in maniera vagamente percussiva, delicatamente. Ancor più delicata se si segue il suggerimento di Coluccino e si abbassa il volume. […] I suoni entrano nella stanza, scompaiono; a seconda dell’acutezza d’ascolto, si può dimenticare per un minuto o due che il disco stia suonando. Quando i suoni risalgono in superficie, scommetto che vi parrà che essi suonino in modo altrettanto naturale di qualsiasi altra cosa stia accadendo lì, ovunque voi vi troviate. Nulla di forzato, nulla di eccessivamente accentato, una raffinata volontà di trattenere; reticente ma non ritrosa. […] Una di quelle registrazioni delle quali è difficile dire molto, inutile da descrivere ma estremamente piacevole da vivere. […]
Brian Olewnick, Osvaldo Coluccino – Oltreorme (Another Timbre),
in “Just Outside”, New Jersey (Stati Uniti), 19 aprile, 2013

[…] i suoni tendono ad essere impercettibili, passano come ombre fugaci che spesso si fa fatica a percepire. L’universo di Oltreorme è instabile, fantomatico e al di là del reale. […] Una musica molto tenue […] E’ tutta una questione di ascolto, di attenzione e percezione. Un’esperienza davvero originale basata su delle tessiture uniche. […] più che difficile, Oltreorme è sconcertante. Specialmente per via di questa distinzione che sfuma fra universo musicale astratto e universo circostante concreto. Oltre a fornire una vita musicale a degli oggetti non-musicali, Coluccino cancella – per via musicale – la distinzione fra la proiezione sonora e il suo ambiente concreto. […]
Julien Héraud, Osvaldo Coluccino – Oltreorme (Another Timbre, 2013),
inImprov-sphere”, Nantes (Francia), 20 aprile 2013

[…] Coluccino sembra interessato a creare un metodo per la perdita della percezione di sé all’interno di un quiescente contesto di rumori delicati e di spolverati silenzi, come se fosse disposto a riaffermare il rigore dell’isolamento quale base per lo sviluppo delle nostre capacità più intime in opposizione all’ego. […] Coluccino indica il peso del suo concepimento – già emergente nel precedente Atto pubblicato da questa stessa etichetta – attraverso una cancellazione, dal momento che è una spiegazione senza parole che sfida la categorizzazione critica. Noi stessi siamo i suoni che sentiamo in un complesso meccanismo dare-e-avere di accettazione e/o rifiuto; la reazione a questo semplice fatto determinerà la nostra sociale (o meno) attitudine. […] un vero ascolto profondo non è possibile se la solitudine è diluita.
Massimo Ricci, Osvaldo Coluccino – Oltreorme,
in “Touching extremes”, Roma, 28 aprile 2012

[…] La musica di Atto è infatti molto fluida, i brani hanno in genere una forma parabolare e sono piuttosto compatti per densità e volumi.
I brani di Oltreorme appaiono invece molto più rarefatti e ingegnati su volumi tenui […]
Quello che va perso in fluidità viene però acquisito in dinamismo, con conseguente capacità di sorprendere l’ascoltatore, dal momento che sia i silenzi sia i volumi appena percettibili ben si adattano ai colpi di scena.
[…] Le orme sembrano rappresentare il qui e il presente mentre l’oltre può essere un al di là dello spazio e dell’istante. Suoni attutiti dalla distanza e/o dal tempo, quindi, suoni da vivere come lacrime di memoria.
Etero Genio, Il gemello dispettoso di "Atto”, in “Sands-zine”, 25 maggio 2013

Se qualcuno mi facesse la domanda su chi io penso che sia uno dei più emozionanti e versatili compositori contemporanei, l’italiano Osvaldo Coluccino avrebbe il titolo prima possibile. Allo stesso tempo genio con fantasia sconfinata e artigiano meticoloso. […] Oltreorme, composto nel 2012, si muove lungo le linee-guida di Atto […] Il passo ulteriore è che Oltreorme esige che ciò che prima era toccato o strofinato, ora sia solo carezzato; che solo ora sia incluso l’alito che soffiò in esso. E’ musica tenue e sottile. Inoltre è ancor più delicata e silenziosa. […] egli ci dà un indovinello zen, il quale non è la soluzione per la questione ma il fatto di farci pensare che quelli siano tutti gli altri fattori esterni che sentiamo quando ascoltiamo un brano di un compositore. […] si tratta di musica ultra-delicata, emozionante, di un lavoro stimolante. Assoluta maestria.
Dusted Hoffman, Osvaldo Coluccino – Oltreorme,
in “Improv.hu”, Seghedino (Ungheria), 29 maggio 2013

[…] Il silenzio è chiaramente una grande parte di Oltreorme […] ma è scandito più elegantemente da suoni provenienti da oggetti acustici, senza strumenti musicali convenzionali o elaborazioni. Il titolo è una parola inventata, composta da due parole italiane, la quale si traduce come “oltre le orme” o “oltre le tracce”, che riflette l’obiettivo di Coluccino di catturare ciò che egli descrive in un’intervista sul sito di Another Timbre come «il respiro degli oggetti»: delicato, di breve durata, suoni per lo più gestuali, disposti a grappoli fra i silenzi, con oggetti sovrapposti per evidenziare le loro somiglianze sonore e i contrasti. […]
Abi Bliss, Osvaldo Coluccino – Oltreorme, in “The Wire”, Londra, giugno 2013

[…] Osvaldo Coluccino suona degli oggetti come nessun altro. Anzi, non suona. No, egli esamina, scuote, vede cosa succede a séguito di ciò, cerca, trova o non trova, scava o abbandona... Vorrei anche dire che non dobbiamo cercare quale sia l’oggetto, bisogna lasciar fare alla fantasia che trotta e galoppa, al disco che invita all’immaginazione... Ma Atto non è Oltreorme, il cui titolo è un neologismo che ci lancia sulla pista di un “oltre-impronte”. Ancor più rispetto all’album che lo precede, qui gli oggetti richiedono il silenzio. Ancor più che nell’album che lo precede, Coluccino qui reinventa la musica concreta, rendendola elusiva. Anche nel concreto è importante distinguersi. E Osvaldo Coluccino lo ha saputo fare.
Pierre Cécile, Osvaldo Coluccino – Oltreorme,
in “Le Son du Grisli”, Chantilly (Francia), giugno 2013

Osvaldo Coluccino è uno degli “sperimentatori sui margini del silenzio” più interessanti del panorama italiano e anche del catalogo Another Timbre. Se Reynell ha puntato su di lui c’è da credergli e da rimanerne incuriositi! Ha un’idea ed estetica del silenzio, a cui chiaramente ha dato il suo significato. Viaggia sul liminare, da tempo si incrina su composizioni sempre più materiche con oggetti acustici che diventano musica, spostando la linea di confine della sua ricerca un po’ più in là, un po’ più oltre. Oltreorme. Non è a caso il titolo. Dopo la dichiarazione d’intenti contenuta in Atto.
Oltreorme è quasi impossibile da afferrare. Bisognerebbe vederlo realizzare, svilupparsi, concretizzarsi. E invece Coluccino lo lascia alla nostra immaginazione. All’abisso creato tra la distanza dei suoni informali e concreti che giungono all’orecchio e gli oggetti e le mani che li hanno creati. […].
Francesca Odilia Bellino, Osvaldo Coluccino: oltremusica, oltreorme, oltre…,
in “All About Jazz – Italia”, 8 luglio 2013



Su Atto (2011), Another Timbre, Scheffield 2012


[...] Oltre a rilevare quanto bene esso sia fatto, ciò che rende così interessante Atto è che il suo creatore Osvaldo Coluccino è meglio conosciuto come compositore di più tradizionali lavori strumentali ed elettroacustici, con precedenti pubblicazioni che appaiono presso etichette discografiche che sono pesi-massimi della musica contemporanea, come Col Legno e Neos [...] è possibile ascoltare l’acuto orecchio pittorico che egli ha applicato nell’elaborare Atto. I suoni utilizzati sono per lo più molto fini; sottili cigolii, urti e graffi, alcuni fragili scricchiolii, altre ricche colorazioni tonali, e il tutto registrato in un grande spazio risonante, ma poi distribuiti e messi in sequenza con grande cura e attenzione costantemente acuta alla struttura. Coluccino non si limita a sovrapporre suoni, né fa mai scivolare la musica in un qualsiasi drone. Egli dà ad ogni suono lo spazio per stare in piedi da sé insieme ai suoi compagni e permette ad essi di costruire una narrazione spesso molto drammatica che costituisce composizioni finemente equilibrate. […]
Richard Pinnell, Osvaldo Coluccino – Atto, in “The Wire”, Londra, aprile 2012

E quindi ecco l’ultima delle quattro recenti uscite da Another Timbre (se si contano solo le quattro recensioni qui, in quanto ho scritto sul disco di Osvaldo Coluccino su The Wire). Lo dico ogni volta, lo so, ma questo potrebbe essere ancora una volta il mio gruppo preferito di dischi da AT, quattro bei dischi ciascuno con un senso di vero scopo. L’etichetta sta lavorando al massimo in questo momento. [...]
Richard Pinnell, recensione al CD di Caddy, Krebs, Maya,
in “The Watchful Ear”, Regno Unito, 1 Aprile 2012

[...] La sua caratteristica più immediata è un senso di spazio e tranquillità. Coluccino non ha affollato il paesaggio sonoro né ha consentito ad alcun suono di indugiare troppo a lungo, non ci sono droni prolungati né interruzioni di suono. A volte, due suoni si sentono in parallelo, ma ovunque ogni componente del pezzo può essere ascoltata in modo chiaro e può essere assaporata. Coluccino è riuscito a produrre suoni la cui fonte non può essere identificata, mantenendo così Atto fresco e libero da cliché. La maggior parte di essi possono essere definiti dall’espressione “suoni sottili”, che include raschiature, sfregolii, delicati strofinii e toni sussurrati; la maggior parte di essi sono stati evidentemente registrati in uno spazio risonante; essi risuonano in una maniera che altri artisti riescono a realizzare per via elettronica piuttosto che fisica, dando alla musica presenza e immediatezza. [...] E’ musica che resisterà alla prova del tempo e sarà riccamente gratificata negli anni a venire.
John Eyles, Osvaldo Coluccino: Atto (2012),
in “All about jazz”, Londra, 23 aprile 2012

[…] è un viaggio da fare. Un soffio mi spinge, uno stridere mi indica una direzione, un fischio cattura la mia attenzione. Tutto ha l’aria di accadere nell’aria, sì sono delle correnti d’aria quelle che sento. Ma pongo troppe domande, e chiudo gli occhi. Gli oggetti dell’Italiano ormai mi ruotano intorno, eccomi circondato, tengo gli occhi chiusi. Il tuono romba, delle ruote girano, materiali tintinnano, suonano, cigolano... È il polistirolo che viene strofinato sul mio parquet? E l’immaginazione prende di nuovo il sopravvento. Un foro appare, Coluccino e i suoi oggetti vengono inghiottiti e io sono il movimento. Per la forza delle cose, per la forza degli oggetti. Ci sono dischi che, oltre che catturarvi, vi fanno immaginare delle cose. Questo è il caso di Atto.
Héctor Cabrero, Osvaldo Coluccino – Atto, in “Le Son du Grisli”, Chantilly, aprile 2012

[…] Gli oggetti vengono strofinati, percossi, soffiati, increspati, miscelati, non si sa proprio come queste tessiture siano prodotte, né con cosa. Ma si sa che non si tratta di strumenti, ciò che anche permette a Coluccino di evitare i cliché riduzionisti per esplorare nuovi territori sonori e musicali. Se gli spazi sonori disegnati da questi oggetti sono innegabilmente originali e creativi, resta il fatto che la loro contemplazione richiede la disponibilità di tutta la mente (così come di un buon hi-fi...), perché la musica di Coluccino è sottile, minimale, spesso molto tranquilla e ariosa, ma anche difficile, a volte austera o ermetica. […] L’esplorazione dei materiali come possibilità sonore e musicali è estremamente profonda, così profonda che può diventare vertiginosa e spaventosa. Atto richiede davvero l’attenzione e la disponibilità totale, così intera che potrebbe apparire troppo austero o ermetico. Tuttavia, la ricchezza delle tessiture e la creatività di questo manipolatore di oggetti potranno certamente ammaliare, affascinare […] a mio parere, e io continuo a pensare che il viaggio sonoro proposto da Coluccino possa essere piuttosto potente una volta che ci si lasci prendere dal gioco.
Julien Héraud, Osvaldo coluccino – Atto (Another Timbre 2102),
in “Improv Sphere” Nantes, 23 aprile 2012

Antoine Beuger ha recentemente lamentato il fatto che a tante interpretazioni della musica di John Cage manca un senso di bellezza e di fraseggio, un’osservazione che mi è venuta in mente mentre ascoltavo queste quattro nuove uscite da Another Timbre. Sia essa per grande ensemble, trio, duo o per un solo esecutore, e qualunque sia la sintassi impiegata nella costruzione della musica, ognuna di queste uscite è imbevuta di un senso di bellezza che spesso è travolgente […] Questa [Atto] è una delle musiche più sfuggenti ed enigmatiche che io abbia sentito in un certo tempo […] ma il suo orecchio di compositore, per sottigliezza, assicura un ascolto timbricamente piacevole e strutturalmente diverso.
 Marc Medwin, Su Another Timbre, in “Paris Transatlantic”, Parigi, Primavera 2012

[…] introversa esplorazione di una grezza tavolozza che, dopo ripetuti tentativi, rivela sorprendenti verità camuffate nel mezzo della relativa normalità di gesti non previsti. […] la non-esistenza di componenti musicali standard – niente armonia, no melodia, no ritmo, almeno non nell’accezione convenzionale di queste definizioni – costituisce un incentivo per mettere a punto le nostre capacità di ascolto attraverso ciò che appare come un insieme di echi da uno, storicamente abbandonato, tanto tempo fa. Niente composizione, niente improvvisazione: solo istantanee di stati d’animo, tradotti in rumore sostanziale e in delicate crepe in un silenzio carico.
Massimo Ricci, Osvaldo Coluccino – Atto,
in “Touching extremes”, Roma, 9 aprile 2012

Coluccino utilizza oggetti, non strumenti, per creare la sua musica. Egli è interessato alla sensazione del creare suono, all’atto espressivo di esso, al suo impatto al di là del conosciuto. In alcuni brani, la densità è alta e molte cose accadono tutte in una volta. Nella maggior parte degli altri brani il silenzio offre le fondamenta agli oggetti affinché essi ascoltino se stessi.
Stef, Osvaldo Coluccino – Atto (Another Timbre 2102), in “Free Jazz” (Belgio), 30 aprile 2012

Osvaldo Coluccino suona oggetti acustici in plastica, legno o metallo che strofina, soffia, schiaccia, piega, colpisce per ottenere una gamma di suoni inauditi. Tra Cartridge Music di John Cage, l’ascolto di un paesaggio sonoro o di musica inedita, un lavoro vicino anche a quelli di Lee Patterson o di Olivier Toulemonde. Davvero sorprendente!
–, Osvaldo Coluccino, “Atto”, in “Metamkine”, Rives (Francia), 23 giugno 2010

以前に2010年ベスト30に『Gemina』を選んだイタリアの作曲家の新作は、楽器や電子操作を用いない、アコースティック・オブジェクツのみによる演奏となった。とは言え、カチカチ/サワサワ/チリチリ/‥‥といった所謂「物音系」とは程遠く、ほとばしり、叩きつけ、粉々に砕け散り、散り散りになって空に舞い、滔々と流れ出す千変万化のアコースティックな流動と空間のパースペクティヴ構成の絶え間ない変化がここにはある。カメラは一瞬たりとも立ち止まることなく動き続け、それにより差し込む光も刻一刻と変化し、眼の前で立ち起こっている巨大な何かが、一望の下にはとらえきれず視界から溢れ出す。にもかかわらず、全編は揺ぎ無い構築感で覆い尽くされている。音素材の質感/粒立ちの違い、空間の響きの手触りを保ちながら、集合的な速度/運動性を極限まで解き放つことにより、唐突に噴出/衝突/交錯/切断される圧倒的な奔流は、時にヤニス・クセナキスのアンサンブルを思わせる。
福島恵一 (Keiichi Fukushima), in “耳の枠はずし”, Japan, April – June 2012

[…] Certi artisti e certe pubblicazioni sono talmente unici, talmente impalpabili che noi, incantati, stiamo solo lì ad ascoltare i suoni annuendo con il capo ma, per un po’, preferiamo non pronunciarci. Ecco, le opere di Coluccino sono così. […] Il percorso del compositore Coluccino finora è stato caratterizzato dall’impiego di strumenti acustici tradizionali e dal concepimento di opere semi-elettroniche. E ora, al momento della composizione di Atto, cosa fa? Esclude completamente le due componenti: gli strumenti musicali e l’elettronica. Ma allora che cosa rimane? Rimangono i suoni prodotti da oggetti piccoli o grandi, tradizionalmente non associabili al concetto di creazione musicale, e senza alcuna manipolazione elettronica. Certo, oggi questa non è una novità, potremmo dire, dal momento che escono decine di CD che documentano musiche di analoga concezione, ma, in questo caso, la realizzazione artistica – dall’esecuzione fino all’editing e al missaggio, attraverso la registrazione – è indubbiamente magistrale. […] dai fruscii, dagli strofinii non si riesce a dedurre nemmeno minimamente di quali oggetti precisamente si tratti. Si può soltanto intuire in alcuni frangenti il loro materiale: tubi metallici, catene, ciocchi di legno, scatole di cartone, ma il punto non è questo. Piuttosto, il punto è come il compositore sia riuscito a creare, attraverso la moltitudine dei piccoli rumori, una composizione a tutto tondo di cinque movimenti. […] ogni suono appare, si sente nel momento più azzeccato, pure il benché minimo rumorino, picchiettio trova una collocazione esatta. E’ un lavoro preciso e accurato. […] con l’eliminazione volontaria di strumenti musicali, voci, armonie, ritmi e melodie ha creato un’opera musicale autentica dall’estetica speciale. […]
Dusted Hoffman, Osvaldo Coluccino – Atto,
in “Improv.hu”, Seghedino (Ungheria), 3 luglio 2012

[…]
[Atto] un disco che sembra iniziare laddove terminava Gemina. Si tratta infatti di un lavoro elettroacustico, realizzato dall’autore nella sua globalità (compositiva ed esecutiva), senza nessun tipo di strumento o manipolazione elettronica, ma unicamente attraverso l’utilizzo delle risonanze derivanti da una svariata quantità di oggetti acustici. Atto, dove la prima metà del titolo vuol essere un omaggio al marchio ospite (AT), è un disco profondamente “diverso” eppure molto “simile” a Gemina. In particolare la musica presenta le stesse caratteristiche di delicatezza e fragilità, contrapposta però a una machiavellica forza espressiva.
Etero Genio, in “Sands-zine”, 22 novembre 2012

[…] Per prima cosa, questa non è musica con una qualsiasi ragionevole definizione. Sound Art, lavoro per objet trouvé, musique concrète: queste sono tutte etichette che potrebbero essere applicate a vari livelli – ma non musica. In secondo luogo, solo coloro che sono affascinati dall’estremo sperimentalismo compositivo – John Cage nel suo momento più singolare, per dire – va a trovare ricompense in Atto di Osvaldo Coluccino. Come un vero post-modernista, Coluccino non sarà disturbato da questo. Le sue registrazioni precedenti (dei suoi “quartetti per archi”, per es. – vedi recensione) non fanno assolutamente alcun tentativo di seguire qualsiasi percorso populista verso la fama e la fortuna. […] Atto è un’opera d’arte: anche se non vi è un senso ortodosso della struttura o della progressione, questo non significa che i rumori siano messi insieme in maniera casuale. Infatti Coluccino ha riunito in modo rigoroso i suoi suoni trovati, per mantenere trasparenti le tessiture e preservare un senso di spazialità. In un tocco degno di John Cage – un autore regolarmente nel catalogo Another Timbre, tra l’altro – il traffico di fondo è molto debolmente udibile in alcuni passaggi silenziosi. La qualità audio ciononostante è eccellente, come ci si poteva aspettare: Coluccino ha egli stesso registrato e poi missato i suoni. […]
Byzantion, Osvaldo Coluccino, “Atto”, in “Art Music Reviews”
e “MusicWeb International”, Regno Unito, dicembre 2012

Atto […] il primo lavoro nel quale Coluccino abbandona completamente l’uso degli strumenti tradizionali. In Neuma Q (Die Schachtel, 2010) manteneva qualcosa, tra strumenti acustici ed elettonica. Qui la scelta è estrema? No. Si tratta piuttosto di un processo di depurazione. Un bisogno di concentrazione. Una forma di tensione. Atto appare come la scelta deliberata di un compositore di posare gli strumenti e usare il corpo, il braccio e la mente insieme, per fare musica. Meglio, anche i corpi, gli oggetti, quelli scelti da suonare e su cui comporre. L’inorganico suono informe e sporco per fare musica. […] un discorso continuo molto denso, sottile, liminare, al confine tra silenzio e rarefazione. Nondimeno ogni singolo atto ha il suo sviluppo interno. Fruscii, strofinii, rotture, incrinature, suoni sparpagliati e raccolti, lacerazioni oggettistiche, si alternano ad eleganti glissando, cluster di non-note, intervalli sospesi. Atto è pieno, non va in sottrazione, sperimenta e sonda le possibilità del fare musica concreta e materica. Una vera e propria composizione dove l’oggetto, cioè il mezzo per fare musica, è diventato quella cosa (materiale o non materiale) a cui è diretta l’azione e il pensiero. L’atto è il movimento, il gesto, il tempo, il cenno per esplicitare il processo e il sentimento.
Francesca Odilia Bellino, Osvaldo Coluccino: oltremusica, oltreorme, oltre…,
in “All About Jazz – Italia”, 8 luglio 2013



Su Parallelo (2007-2009), Unfathomless, Bruxelles 2015


Se non avessimo letto le brevi informazioni scritte sulla custodia del disco, veramente non sapremmo dire in quale paese – quali cavità, quali gallerie, quali profondità – Osvaldo Coluccino sia potuto andare a raccogliere queste prove di verità: echi, densi soffi, cigolii, raffiche... Non un’area industriale dismessa né un hangar in disuso, ma un monastero italiano del XVII secolo, evidentemente in rovina. Promesse di bei fantasmi da far cantare […] e di detriti da mescolare che Coluccino trasforma in due paesaggi fantastici: due paralleli sonori di ventidue minuti e due secondi ciascuno, imperdibili.
Guillame Belhomme, Osvaldo Coluccino, Parallelo, Unfathomless 2015,
in “Le Son du Grisli”, Chantilly, gennaio 2016

Le pubblicazioni del passato del compositore italiano Osvaldo Coluccino sono apparse su NEOS, Another Timbre, Col Legno e Die Schachtel, suggerendo che egli può operare nella stessa vena come un compositore sul genere di Wolfgang Rihm o portarsi più vicino a un’outsider dell’elettronica come Caterina Christer Hennix. Al suo debutto su Unfathomless egli propende con forza nella direzione elettronica, sebbene egli giochi anche con tessiture armoniche composte. Parallelo è costituito da due composizioni di 22 minuti ciascuna registrate in e intorno a un monastero in rovina del XVII secolo a Domodossola, Italia, ai piedi delle Alpi. E’ difficile dire esattamente come Osvaldo abbia realizzato il prodotto finale, ma la musica è composta da toni sconcertanti, rumori senza corpo e registrazioni sul campo mescolati in modo da confondere i sensi. Ci sono droni tettonici da far tremare le pareti, vibrazioni meccaniche, risonanze senza sorgenti, e anche frammenti di viaggio più riconoscibili: traffico automobilistico, acqua corrente, strade trafficate. E’ tutto sorprendentemente spettrale e melodico. Tutto è rappresentato all’interno di un ambiente più grande, comunque, e a volte può essere difficile valutare se i suoni siano stati suonati lì dentro e contemporaneamente registrati all’interno dello spazio del monastero (nello stile di Alvin Lucier) o se essi siano stati generati da esso. Alcune delle piccole oscillazioni armoniche e alcuni effetti ritorti devono aver richiesto un computer o almeno alcuni gadget elettronici per essere realizzati, ma l’abilità con cui Coluccino li unisce nell’ambiente li rende molto più inusuali di quello che essi sarebbero potuti essere altrimenti, se sequestrati all’interno di uno studio di registrazione o di una sala da concerto. Si tratta di una registrazione a strati e talvolta inquietante che trova corrispondenze inusuali tra le strutture e gli ambienti sia artificiali che naturali.
Lucas Schleicher, Osvaldo Coluccino – Parallelo CD (Unfathomless),
in “Dusted Magazine”, Chicago, 12 febbraio 2016

Analizzando il percorso artistico e la registrazione di Osvaldo Coluccino, due cose importanti devono essere osservate. La prima è la varietà dello spettro acustico, che va dal rigore del classicismo moderno alla relativa aleatorietà dei paesaggi sonori basati sulle azioni eseguite con oggetti non identificati in ambienti altrettanto misteriosi. Il secondo è il suo talento unico nel fondere le istanze di musica concreta in àmbiti in cui la giustapposizione e l’elaborazione di diverse sonorità generate in studio di registrazione danno vita ad ambienti psicologici senza fondo. Parallelo dovrebbe essere idealmente collocato in un contesto del genere, nonostante la riluttanza di tale musica ad accettare una vera e propria classificazione. Il disco consiste di due tracce d’identica lunghezza e identico titolo, ma divergenti in termini di successione di eventi e d’effettiva distribuzione delle sostanze sonore. “Parallelo” è descrivibile come un continuum che comprende la moltitudine di sfaccettature sfocate appartenenti a una consapevolezza individuale emergente durante l’esistenza quotidiana, mentre “Parallelo 2” manifesta i suoi significati attraverso una sequenza di flash con brevi silenzi intervallati, presentando lo stesso tipo di sonorità da un’affascinante prospettiva “ora-tu-vedi-ciò-ora-tu-non-lo-vedi”, un’equalizzazione leggermente diversa, delineando il riverbero delle attività umane un po’ più vividamente.
La metà iniziale getta in una dimensione oscura semi-onirica, che utilizza frequenze che suggeriscono una vastità sussurrata in corrispondenza con echi relativamente riconoscibili, alcuni dei quali di derivazione urbana. E’ il tipo di paesaggio sonoro che riempire una stanza con ricordi uditivi cavernosi anche a un volume modesto: veicoli lontani, traiettorie luminescenti e ricordi sgraditi richiamano la vostra attenzione attraverso una nebbia fitta. Un realismo sfigurato, se si vuole, con diversi momenti di non adulterato ronzio da un sotterraneo indicibile.
La versione alternativa impasta i sistemi ricettivi con cicliche cornici di azione, poi tranquillità. In un certo senso è come se Coluccino volesse lasciare che l’ascoltatore indovinasse gli eventi che definiranno ogni successiva foto istantanea. L’“ordinario” si trasforma in maestosa vibrazione; l’“imponente” è ridotto a nulla nel giro di pochi istanti. Questo costante cambiamento non implica contraddizioni, dato che configuriamo il nostro essere in base alla (non)familiarità di ciò che si ascolta. Se non altro, la separazione può emergere fra la passività di un mero ascoltatore e il partecipante ben disposto che sottopone un pezzo della propria anima al fine di diventare una parte di tali manifestazioni irraggiungibili.
Tutti abbiamo appreso dal compositore che l’ispirazione per questa imponente opera proveniva da un monastero abbandonato destinato a essere demolito. Io fantastico che egli ipotizzi un simbolismo per le rovine del genere umano, poiché Coluccino è ben consapevole che un edificio in decomposizione può ancora offrire una ricca risonanza, mentre la maggior parte delle persone è completamente priva di camere interne. E priva di corde, per quella materia.
Massimo Ricci, Osvaldo Coluccino – Parallelo, in “Touching Extremes”, Roma, 29 febbraio 2016

Osvaldo Coluccino rotola nei pertugi e attraverso le calche del panorama musicale italiano come una biglia bizzarra, elegante, plastica e malleabile all’interno di una foresta morta e pietrificata, composta da fossili ormai inamovibili e immodificabili.
In questi due dischi, usciti a breve distanza l’uno dall’altro, prosegue con qualche indice di variazione quell’indagine nel mondo dei suoni che avevamo già avuto modo di apprezzare nei suoi due CD pubblicati su Another Timbre (“Atto” del 2012 e “Oltreorme” del 2013). […] Il punto di contatto fra i quattro lavori sta nell’utilizzo, quale fonte sonora, di oggettistica comunemente destinata a scopi di diversa natura (e anche quando vengono utilizzati strumenti musicali tradizionalmente intesi come tali, quali il pianoforte in Differenza, le percussioni in Nell’attimo e il violino in Dimensioni, oppure quando si fa uso della voce umana, ancora in Dimensioni, viene fatto in modo non tradizionale e riconducibile quindi all’impianto generale dei due lavori). Gli indici di variazione, invece, riguardano soprattutto le elaborazioni elettroniche e di studio alle quali vengono sottoposte le registrazioni utilizzate in questi due dischi, laddove nei due CD su Another Timbre i suoni erano di tipo esclusivamente acustico.
Se l’incisione e la strutturazione dei brani inclusi in “Dimensioni”, pur diversi per genesi e natura, rispondono al classico modello di composizione elettroacustica, “Parallelo” è invece un esempio simbolo di registrazione ambientata (per la precisione fra le rovine di un monastero del 17° secolo ubicato a Domodossola).
Quello che più colpisce nella musica di Coluccino è la cura riservata al dettaglio, in un gioco di precisione e di incastri dove non esiste una pagliuzza che sia fuori posto; oppure, se preferite, un’opera pittorica astratta dove non c’è neppure una pur piccola pennellata tirata a caso.
[…] Un altro aspetto rilevante sta nella contraddizione, che ritengo positiva e creativa, fra l’azione tesa a fermare l’attimo, e questo mi fa pensare sia alla frase pronunciata dal protagonista di uno dei più bei libri di Heinrich Böll («Sono un clown e faccio raccolta di attimi») sia all’improvvisazione più pura, e il risultato di quell’azione che assume caratteristiche atemporali o che rientrano in una dimensione onirica. Gli attimi irripetibili, che solo le tecniche di registrazione riescono a cogliere nella loro essenzialità (s)fuggente, in Coluccino finiscono con l’assumere una loro caratteristica che trascende da quegli elementi solitamente indicativi delle caratteristiche appropriate a definire una composizione musicale – fonti sonore utilizzate, luogo e data delle registrazioni… – per trasferirsi in un loro spazio tanto tangibile quanto inimmaginabile.
Devo dire che "Parallelo", visti gli oltre 20 minuti di durata dei due brani che contiene, ha più respiro e riesce così a imporsi all’ascoltatore in maniera più incisiva rispetto alle pur pregevoli composizioni incluse in "Dimensioni" (la cui estensione massima supera di poco i 14 minuti). Devo anche dire che "Parallelo" è stato pubblicato nel contesto di una fortunata collana che ha già ospitato numerosi artisti internazionali piuttosto noti.
Questo mi sembra essere un elemento di rilievo perché può portare acqua al mulino di un musicista che al momento, questa è l’unica cosa certa e inoppugnabile, ha raccolto molto meno di quello che dovrebbe in virtù dei suoi meriti.
Etero Genio, Quasi due ore di suoni ombrosi, in “Sands-zine”, April 17, 2016




Su Dimensioni (1997-2007), Die Schachtel, Milano 2015


[…] Osvaldo Coluccino rappresenta un caso atipico nel nostro panorama musicale contemporaneo. Compositore tra i più appartati in assoluto, poeta e animalista convinto, Coluccino vanta una serie di poche composizioni, ma tutte di alto livello, in particolare quelle riguardanti una rarefatta musica da camera (che ha avuto l’onore di essere apprezzata persino da uno storico e autorevole critico come Paolo Petazzi) e le sue ardite realizzazioni elettroacustiche […]. Se "Neuma Q" era una sola e mastodontica opera per suoni riprocessati, eseguita in prima assoluta nel 2006 al Festival di Nuova Consonanza […], "Dimensioni" raccoglie nove eterogenee composizioni elettroniche, ideate e realizzate in un decennio, dal 1997 al 2007. Questa antologia, proprio perché non focalizzata su un’unica opera, riesce meglio della precedente a fare luce sul grande talento del compositore piemontese, mettendone meglio in evidenza l’estro creativo e la poetica. […] [Il brano] "Dimensioni" (1998-1999) è il vero capolavoro e forse il vertice assoluto di tutta la produzione musicale di Coluccino: un afflato dal sapore sinfonico si innesta gradualmente con un parlato colloquiale (di Jacques Lacan, da una sua conferenza tenutasi nell’Ottobre 1972 all’Università di Louvain) e una voce di bambina, sapientemente manipolati ad arte. Impossibile non fare riferimento alla grande scuola elettroacustica italiana, che faceva capo allo Studio di Fonologia della Rai di Milano della fine degli anni Cinquanta, con Luciano Berio, Luigi Nono e Bruno Maderna (e con l’ausilio fondamentale del tecnico del suono Marino Zuccheri) che lì concepirono i loro massimi capolavori nel campo dell’elettronica e destinati a rivoluzionare il mondo musicale contemporaneo. […] Cerebrale ma comunicativo, Osvaldo Coluccino riesce a essere un autore personale e originale, laddove è stato già scritto e detto praticamente tutto, anni addietro e da illustri compositori. Non è certo questa una qualità da poco. […]
Leonardo Di Maio, Osvaldo Coluccino, Dimensioni, in “Ondarock”, 19.03.2015

[…] Nove tracce, poco più di un’ora di suoni elettronici che avvolgono l’ascolto “raccontando” una storia in cui lo spazio acustico si sagoma in continuazione: a seconda se l’attenzione di chi ascolta segue la propria logica mnemonico-musicale – e quindi sovrappone un’orizzontalità e una drammaturgia alla fastosa selva di sonorità elettroniche – oppure si libera da sovrastrutture e bisogno di ordine analitico e dipana con l’orecchio il filo emotivo e musicale che vi sta dietro. Coluccino non tende trappole né bara (promettendo paradisi digitali) ma nemmeno agevola. Pretende d’essere preso sul serio, e basta. E allora i quadri elettronici si chiariscono da soli, come frutto di un’idea progettuale in cui sensazioni e suoni non acustici non divergono, e si spiegano da soli.
Angelo Foletto, Un’ora di suoni elettronici, in “Suonare News”, maggio 2015

Irreale magia elettroacustica dal compositore italiano Osvaldo Coluccino, per la sempre affidabile etichetta Die Schachtel di Milano. Altamente consigliato per coloro che amano scrutare nell’abisso e trattenere il suo sguardo […]
–, Osvaldo Coluccino, Neuma q, in “Boomkat”, Manchester (UK), maggio 2010

Un’esistenza gravosa; una scomoda quiescenza; l’insondabile complessità di corrispondenze che non possono essere delineate dalle parole. Tutto questo, e molto di più, può essere descritto attraverso sequenze di apparizioni sonore di qualcuno che vive ai livelli più profondi delle facoltà sensoriali. Il lavoro che Osvaldo Coluccino compie al margine di una propria risposta psicologica a un dato ambiente acustico, è stato condotto per oltre un decennio. Dimensioni ne è il risultato splendido, una raccolta di nove brani che esplorano spazi auditivi e adattamenti interni con sobrietà e acume. Questo disco ha bisogno del vostro completo io, mentale e fisico; non è qualcosa che possa essere lasciato in sottofondo durante l’adempimento di azioni banali. Affibbiando ad esso etichette o lamentandone l’assenza di effetti appariscenti, si rivelerebbero inevitabilmente analisi inadeguate. La sovrapposizione di diverse realtà sembra essere una questione cardine nella ricerca del compositore italiano. Tuttavia, la maggior parte di questo disco è fatto di "scene"; alcune di esse più lunghe di altre, alcune di loro solo brevi squarci nelle varie fasi di connessione interiore. Le fonti, in gran parte sconosciute, propongono diversi percorsi verso un profondo discernimento; abbastanza inusuale, nell’epoca della frettolosa convenienza esoterica. In questo senso, nulla in qualsiasi traccia ha davvero più importanza rispetto al resto dei suoi componenti. Come esempio, "Differenza" utilizza e altera le caratteristiche di un pianoforte; eppure, il successo del brano non sta nella particolarità del trattamento dello strumento, quanto nel mistero recondito del coinvolgimento; nel tentativo di concentrarsi su un’interezza sistematicamente mutante, che a sua volta trasmette emozioni indicibili – paure, forse –, un loro disperato tentativo di manifestarsi. […] Le creazioni di Coluccino, possedendo frequentemente una qualità "sfocata ai margini", evitano il tipo di guazzabuglio acusmatico che sorride e strizza l’occhio al pubblico inesperto. Tali creazioni sono definite con rigore tecnico […] un gioiello senza ego che dovrebbe essere diffuso in ogni modo possibile.
Massimo Ricci, Osvaldo Coluccino – “Dimensioni”,
in Touching Extremes, Roma, 5 luglio 2015

[…] Dimensioni rappresenta un’altra sfaccettatura nel suono prediletto da Coluccino, ossia una immersione nei regni della sperimentazione elettroacustica, presentando brani che sembrano fungere da possibile ponte tra i capolavori riconosciuti in questo ambito di espressioni emersi negli anni cinquanta, ed una nuova visione musicale che, più che far immaginare mondi accademici, disegna punti di contatto con l’estetica dark ambient o altre forme di isolazonismo elettronico. Considerazioni ex post di un ascoltatore insofferente alle scuole ufficiali si penserà, ma a giudicare dal percorso di Coluccino crediamo che molta di questa capacità di traversamento tra dimensioni non sia affatto casuale…
Antonello Cresti, Osvaldo Coluccino, in Solchi sperimentali – Italia, Crac edizioni, 2015



Su Neuma q (2006), Die Schachtel, Milano 2010


[…] Anche se la musica qui è decisamente radicata nelle aree più impegnative e cerebrali della musica elettronica, l’appropriazione di Coluccino di elementi relativamente familiari come il drone o come registrazioni spaziali elaborate, sta a significare che qui la musica non è mai troppo lontana da una ben definita cornice di riferimento. La prima traccia si apre in uno stile erratico, piuttosto noisy, che canalizza delle potenti frequenze basse dronanti insieme a suoni come interferenze frammentarie e che si contorcono. Il secondo pezzo è di natura più breve e più costante, è il navigare lungo un foglio slavato, opaco, statico, oltre quattro minuti immersivi di suono concreto minimalista. La terza traccia si distingue, assumendo un carattere più atomizzato, che esplora materia sonora rumorosa, spezzettata in particelle. Questa composizione è qui senza dubbio la traccia più accademica, che assume un livello di accurata esplorazione del rumore […]. Infine, la quarta e più lunga composizione del disco esplora il tipo di sonorità enigmatica […] basata su una sorta di trattamento del campo sonoro registrato, ma il livello di astrazione sta a significare che non sarete mai in grado di capire esattamente cosa state ascoltando. Qualunque cosa sia, si manifesta come una meditabonda lastra d’acciaio di libera narrativa, dalle tonalità dark-ambient, che modula ed evolve solo in modo più sottile e senza fretta.
–, Osvaldo Coluccino, Neuma q, in “Boomkat”, Manchester (UK), maggio 2010

Osvaldo Coluccino è l’ultima felice sorpresa del catalogo Die Schachtel […] [Neuma q] è un bel sentire, che al di là dell’impronta elettroacustica, svela la qualità immersiva della sua materia sonora, dentro un’elettronica pura che può rimandare a certe frequenze droning di stampo cosmico tedesco. Viene in mente il primo Klaus Schulze di Irrlicht per intenderci, ma è ovvio che per derivazione ed impostazione lo spettro sonoro di Coluccino è indubbiamente più rigoroso e non così facilmente classificabile. Ammaliante comunque.
Gino Dal Soler, Osvaldo Coluccino, Neuma q, in “Blow up”, Italia, maggio 2010

[…] è un’immersione totale nel più puro suono elettronico, che esplora una vasta gamma di fenomeni elettroacustici […] magicamente costruiti e messi in sequenza in modo da preservare la loro intima atmosfera. Il compositore si adopera come un sismografo sia interiore che del mondo esterno e la composizione è la registrazione di un orizzonte musicale momentaneo che unisce quattro pezzi che sfidano qualsiasi criterio standard di valutazione della musica moderna ed esplora nuovi spazi sonori. […]
–, Osvaldo Coluccino, Neuma q, in “Down Town”, New York, giugno 2010

[…] opera elettroacustica in quattro movimenti, in uno stile molto purista che si ispira all’elettroacustica accademica, senza con ciò divenire formalista. Bel lavoro di tessiture, bella utilizzazione degli infrabassi, ma soprattutto la composizione crea (l’illusione di) una trama narrativa che attira la mia attenzione.
François Couture, Osvaldo Coluccino, Neuma q,
in “Monsieur Délire”, Marbleton (Canada), luglio 2010

[…] Il compositore ed elettroacustico italiano parla di non-spazio, una rimozione dell’influenza e/o suggerimento di uno spazio fisico o ambiente per il suono. Ciò risulta, per Coluccino, dal rivelarsi dell’inaudito e dell’inosservato, quei suoni che noi non riusciamo a discernere a causa dei limiti fisiologici e della disattenzione venuta alla ribalta. […] la forza di Neuma Q sta nella sua aliena ineffabilità, i suoni evocati nei non-spazi di Coluccino sono più potenti delle parole usate per descriverli. […] La prima delle quattro tracce senza titolo di Neuma Q è la migliore dell’album. Passeggiata extraterrestre di 16 minuti, la composizione evoca i fortuiti abitanti acustici dello spazio esterno: segnali satellitari criptati, vortici celesti, i meccanismi d’arte interstellare che fluttua liberamente attorno a toni ambient in una forma quasi episodica. Suoni che passano attraverso il primo-piano della traccia quasi fossero in mostra, il passato mandato su un nastro trasportatore, o che si diffondono da dietro una tenda in una serie coreografata, come modelli in una sfilata di moda. C’è sovrapposizione, ma c’è poco affollamento, e ancor meno ripetizione. Il (non-)spazio che i suoni abitano è esso stesso in mostra, un vuoto suggerito che tanto è un carattere attivo nella musica quanto l’ambiente lo nega. […] La seconda traccia del disco è un quattro-minuti di Via Lattea come vista dalla Terra, il suo barlume sottilissimo che risulta invisibile a volte a coloro che non lo cercano volutamente. C’è un potere nascosto, comunque, in questo approccio raffinato. Spesso, si possono trovare intrecci di Neuma Q con i suoni di chi ascolta il proprio ambiente circostante, in un’inattesa collaborazione. Anche con le cuffie addosso, c’è una contaminazione tra la creazione di Coluccino e il ronzio del traffico, il ronzio degli elettrodomestici, chiacchiere occasionali e distanti aeroplani che sorvolano. Intenzionale o no, questa mescolanza di ambienti è forse la più efficace negazione dello spazio di Neuma Q, un sottile dissolvimento dei muri che separano l’emissione del disco da ciò che accade al di fuori della finestra o in un’altra stanza. Un’esperienza che non è costante, ma quando si verifica può essere affascinante.
Adam Strhom, Osvaldo Coluccino, Neuma q,
in “Dusted Review”, New York, luglio 2010

Composto nel 2006, Neuma q sembra esplorare l’universo spaziale e le voci perdute dei satelliti in pericolo, entro un largo spettro di fenomeni elettroacustici e di droni infiniti […]
–, Osvaldo Coluccino, Neuma q, in “Metamkine”, Rives (Francia), 23 giugno 2010

[…] Gli altri tre pezzi sono di approccio più lineare – costruzione, dall’inizio alla fine, intorno a temi centrali del suono. Costruzione che non rimbalza su e giù per le scale, ma che sembra operare dall’interno del suono stesso. Il meglio è preservato alla fine: il quarto e più lungo brano di questo quartetto di brani, con suoni che scompaiono oltre il loro sustain, una costruzione del brano approntato con cura e con una raffinata selezione di suoni acustici (flauti, forse?). Un gran bel CD […]
Frans de Waard, Osvaldo Coluccino, Neuma q,
in “Vital Weekly”, Nijmegen (Olanda), settembre 2010

[…] Questi paesaggi-sonori elettronici suggeriscono un genere trasognante di tendenza ambient e dal brusio delicato, che usa un minimo di stratificazioni, che consente scarabocchi in rapida evoluzione, droni, alte frequenze che si schiantano e si lanciano. […]
Peter Margasak, in Global flutters and Blasts,
in “DownBeat”, Elmhurst Illinois (Stati Uniti), dicembre 2010

Il poeta e compositore elettro-acustico apre l’album cullandovi in un territorio familiare con elementi di droni, segnali di trasmittenti e modulazioni nel brano di apertura. Lungi dall’essere meditativa, la traccia, formalizzata e strutturata, produce abbondante movimento e si distingue in questo album in gran parte dark. Il brano di apertura funziona come un esempio degli elementi che caratterizzano le altre tracce e che vengono esplorati da quelle tracce senza titolo. L’uso dello spazio è una gran cosa qui. L’elemento drone è esplorato ulteriormente con la seconda breve traccia dando un senso di ampiezza e profondità, spingendo fuori dalle mura, creando più spazio per il contesto dentro il quale si sente l’album. Quindi è interessante quando [il compositore], per la terza traccia, utilizza piccoli suoni in questo grande spazio. Crick e cigolii si muovono a scatti da qui a lì. Il gran finale di 18 minuti ritorna all’elemento drone sottilmente modulante nel timbro e nella densità in tutta la sua lunghezza. Apparentemente è una registrazione sul campo poi elaborata. […] ciò che è interessante sono le idee e il processo di pensiero che sta dietro ai risultati finali.
Hasni Malik, Osvaldo Coluccino, Neuma q,
in “Progress Report”, Storrington (Regno Unito), 23 giugno 2011

[...] Eccoci in prossimità d’arrivo con la “geometrica” Zeit Composers Series che dopo un inizio in sordina, da intendere come poco appariscente, ha recentemente messo in fila sei bei tomi di rigorosa compiutezza: Null di Luigi Archetti, Neuma Q di Osvaldo Coluccino, Rimandi e scoperte di Angelo Petronella, On Debussy’s Piano And… della coppia Thollem McDonas / Stefano Scodanibbio, Death By Water di Fabio Selvafiorita e Valerio Tricoli e Joy Flashings di Philip Corner e Manuel Zurria. [...] Anche con Angelo Petronella e Osvaldo Coluccino si casca nel sicuro. [...] Anche Osvaldo Coluccino viene da lontano [...] e ha all’attivo composizioni suonate da varie orchestre ed ensemble e proposte in numerosi e importanti consessi. Il suo nome sembra avere un buon seguito anche al di fuori dei confini nazionali, almeno così mi fa pensare la citazione del suo nome da parte Simon Reynell di Another Timbre in una recente intervista. La sua è una musica elettroacustica fluida e cosmica che ha la profondità degli abissi marini e la spaziosità del cielo, mentre di entrambi, mare e cielo, possiede la trasparenza. La perfetta colonna sonora per un viaggio verso mondi lontani.
Etero Genio, Die Schachtel: della maggiore età, in “Sands-zine”, ottobre 2011

Nel corso degli anni, Die Schachtel ha pubblicato molti lavori raffinati di musica elettronica e concreta di musicisti italiani, eccone tre nuovi [...] Osvaldo Coluccino è il più giovane e il suo disco si apre con una sorta di pressurizzata mutazione elettronica che colpisce spettri sonori diversi in rapida successione. […] Gran parte della massa del disco, comunque, è un intricato studio sulle varietà del vento elettronico, in particolare la traccia finale, “4”, un lungo tunnel di brusio. Piccole bolle scoppiettanti e stridule, catena arrugginita di bicicletta, escrescenze di percolato, tuttavia è la potente apertura che ti colloca nei drammi che devono essere svolti.
Andrew Choate, Osvaldo Coluccino, Neuma q,
in “Signal to Noise”, n. 60, Houston (Stati Uniti), dicembre 2011